Chi non ha mai letto quello che, dopo “La Divina Commedia” e “I promessi sposi”, è certamente il più famoso inizio di un libro? Bastano pochissime parole per mostrare al lettore, in modo accattivante, il protagonista del romanzo: un pezzo di legno.
Consideriamo con quanta abilità l’autore riesca a suscitare grande attesa.
Innanzitutto, l’attacco è del tutto tradizionale: c’era una volta… Il solito inizio di tante favole, che rassicura e incuriosisce.
Ancora: l’oggetto scelto è umile, quasi insignificante, uno scarto da gettare via di cui non resta più nulla (non a caso Pinocchio si brucerà i piedi addormentandosi davanti al fuoco).
Inoltre, prima ancora di nominarlo, per contrapposizione Collodi immagina che i suoi piccoli lettori stiano pensando a un re, ovvero alla massima espressione di importanza per quel tempo (siamo alla fine dell’Ottocento, quasi un secolo e mezzo fa). Oggi i bambini forse penserebbero a un calciatore e le bimbe a una influencer, i miti dei tempi odierni.
Infine, e questo è il momento più magistrale, il botta e risposta, la sorta di dialogo che intercorre con i lettori, come se lo scrittore strizzasse l’occhio ai suoi giovani amici.
Il tutto, racchiuso in 24 parole. Una bravura che, a mio modesto parere, rimane ancora oggi insuperata.
L’incipit, in un romanzo, non è tutto. Posto all’inizio
della narrazione, rappresenta l’impatto immediato per il lettore, che già dalle
prime righe dovrebbe comprendere il senso del romanzo. Sotto questo aspetto,
quindi, svolge esattamente la stessa funzione delle immagini di apertura di un
film.
Qual è il segreto per incuriosire il lettore? Non
credo che ne esista uno in senso proprio. Vi sono però diversi approcci, senza
che per forza uno sia migliore dell’altro. Si può presentare il protagonista,
oppure un personaggio d’appoggio o anche una figura minore; si può gettare il
lettore direttamente nella cosiddetta ‘scena madre’ e poi inserire un flashback;
si può invece prenderla alla lontana, dipanando una parte più o meno
significativa della storia. Immagino, pur non avendone la certezza, che esistano narratori
che abbiano scritto l’incipit una volta terminato il libro. Credo
che la sensibilità dell’autore intuisca quale sia la soluzione più adatta per
accattivarsi i lettori fin dalle prime pagine.
Quali sono i miei quattro incipit? Nell’ordine: il
funerale del miglior amico (Festina lente), l’incontro tra due giovani cugine
(Rossa è la sera dell’avvenire), una segretaria in lacrime per la scomparsa del
datore di lavoro (Finché suona la campana), una rapina un po’ sgangherata (Il
fetore dei soldi).
Se qualcuno mi domandasse qual è il migliore, sarei in
difficoltà; per cavarmela dovrei ricorrere al solito, vecchio trucco e rispondere: quello che non ho ancora scritto.

Una delle domande che spesso mi viene rivolta dai
lettori è: quanto c’è di autobiografico nei tuoi romanzi? Quanto ha inciso il
tuo vissuto, la realtà della tua vita?
La questione è tutt’altro che oziosa: il corretto
rapporto tra verità e finzione, in letteratura e anche nelle arti figurative,
costituisce l’essenza del ‘lavoro’ dello scrittore (e dell’artista).
Per quanto riguarda la narrativa, il segreto sta nel
saper ‘romanzare’ una vicenda. Il verbo si presta certo a equivoci: una vicenda
romanzata sovente viene intesa come ‘falsa’ o ‘esagerata’, mentre invece è il
frutto di un’accurata opera compiuta dall’autore.
‘Romanzare’ significa ad
esempio raccontare i fatti con una scansione temporale diversa, più
accattivante; significa evidenziare alcuni avvenimenti, ponendoli come snodi decisivi;
significa far vivere al lettore le emozioni provate da diversi personaggi e non
solo dal protagonista.
Il vissuto personale, quindi, deve esserci in ogni
romanzo. Non come semplice ricostruzione di circostanze più o meno banali, ma
come sapiente miscela di elementi in parte ‘veri’, in parte ‘raccontati’ con
diverse enfasi.
Scrivere non è facile, ma è sicuramente magnifico.
QUELLA VOLTA SUI COLLI REGGIANI:
LA LOTTA ARMATA COMPIE 50 ANNI

La forza della storia più cupa, la suspense del
romanzo: un libro di Roberto Robert ricorda come tutto cominciò esattamente
mezzo secolo fa:
La data, lunedì 17 agosto 1970. Il luogo, Ristorante
“da Gianni” a Costaferrata, frazione del piccolo comune di Casina,
sull’Appennino reggiano. Di fronte al locale, a poche centinaia di metri, si
staglia possente il castello di Matilde di Canossa.
Non è un pranzo tra amici, e nemmeno una festa di
paese: è un convegno che dura fino al sabato successivo. Sono presenti una
settantina di persone, quasi tutte molto giovani, provenienti da varie località
italiane. Una gran parte è di Reggio e dintorni, altri arrivano da Milano, da
Torino e da Genova; un paio i trentini.
Lo scopo dell’incontro viene illustrato da uno degli
organizzatori: “Il movimento operaio che si sta sviluppando nelle grandi
fabbriche manifesta un bisogno tutto politico di potere: la lotta contro
l’organizzazione del lavoro, il cottimo, i ritmi, i ‘capi’. Per questo si muove
al di fuori delle strutture tradizionali del movimento operaio, come sono il
PCI e i sindacati. Il bisogno di potere lo porterà inevitabilmente a uno
scontro violento con le istituzioni, anche con il PCI e il sindacato. È
indispensabile quindi formare una avanguardia interna a questo movimento che
possa rappresentare e costruire questa prospettiva di potere. Ma questa
avanguardia deve sapere unire la ‘politica’ con la ‘guerra’ perché lo Stato
moderno, per affermare il suo potere, usa contemporaneamente la ‘politica’ e la
‘guerra’”.
In sala regna il silenzio: quando parla Renato Curcio,
tutti ascoltano senza aprire bocca.
Negli stessi giorni a Borgo di Serio, irreale paesino
della Val Seriana, giunge un misterioso personaggio. Si tratta di Carlo Salsi
(ma si chiamerà davvero così?), ragazzo di ventidue anni che, in incognito, è
arrivato da Reggio Emilia per contribuire alla creazione dell’immaginaria
formazione terroristica ‘Bandiera rossa’.
In paese vive Mafalda Testa, ragazzina di undici anni
che trascorre beatamente l’estate che separa la fine delle scuole elementari
dall’iscrizione alla prima media.
I due personaggi, nello svilupparsi della narrazione,
s’incontrano per puro caso. Da quel momento, però, le loro vite s’intrecciano
in modo drammatico fino all’ultimo giorno d’estate, quando il rosso del
tramonto, il rosso dell’ideologia e il rosso del sangue si confonderanno in un
unico, simbolico sfondo.
In questi giorni ricorrono cinquanta anni dalla
scelta, compiuta da diversi appartenenti ad alcune formazioni politiche di
estrema sinistra in quel convegno di Costaferrata, di passare alla lotta armata
contro lo Stato e le istituzioni. Pochi mesi prima era accaduta la strage di Piazza
Fontana a Milano, dieci anni dopo vi sarà la bomba alla stazione di Bologna.
Due lustri terribili, che vengono universalmente ricordati come ‘anni di
piombo’; terroristi rossi, neri e anarchici che hanno causato, secondo le
cronache, circa un migliaio di morti, compresi molti di loro stessi.
ROSSA È LA SERA DELL’AVVENIRE, presentato nel 2011 e
riproposto da poche settimane in una nuova versione, ripercorre quegli anni che
non possono e non devono essere dimenticati. La prefazione di Graziano Delrio,
oggi politico nazionale ma per due mandati sindaco di Reggio Emilia,
impreziosisce il romanzo mostrando i motivi che hanno portato la generazione
nata dopo la Resistenza, figlia ideologica ancor prima che anagrafica dei
partigiani, a gettare le proprie vite in un progetto rivoluzionario privo di
alcuna prospettiva.
Roberto Robert, ROSSA È LA SERA DELL’AVVENIRE, Silele
editore, Pagg. 350, Euro 15,00
Oggi vi ripropongo Roberto Robert, già recensito per FINCHÈ SUONA LA
CAMPANA.
Con questo suo romanzo 'IL FETORE DEI SOLDI' si è guadagnato il quarto
posto al PREMIO INTERNAZIONALE CUMANI QUASIMODO, prestigioso premio letterario.
E merita davvero Roberto le nostre più vivide congratulazioni per questo volume
in cui è riuscito a raccontare con dovizia di ingredienti, oltre 130 anni di
storia bergamasca e non solo.
Il suo racconto parte dalla Svizzera e con la musica lirica nelle casse ci
fa viaggiare con tanto di limousine e Maserati dalla via Priula al salone delle
meraviglie di S. Pellegrino, al centro di Zogno e giù per i vari paesi
bergamaschi fino a farci accomodare nei palchetti del Donizetti e nei palazzi
del borgo piacentiniano.
Ci fa percorrere, per mefistofeliche strade, le vie che il denaro traccia,
percorre ed insegue, le storie di una famiglia di bancari. Strade che come le
fila di una ragnatela si spandono per mezzo mondo. Fili vischiosi e resistenti
intessuti da una vedova nera che con astuzia secerne corde che uniscono la
classe elitaria con la criminalità straniera. In oltre un secolo di storia
bancaria, politica e locale ci racconta di costumi e di musica, di prestigio e
debolezze.
“Parte son di una latebra, del gran tutto: oscurità” canterà il vecchio
basso Tarcisio Pasta, interpretando la famosa aria del Mefistofele. E con un
fischio finale in playback, ci servirà l'inganno e la magia dei trucchi che i
bari più infingardi della finanza e della politica mettono in scena.
Ho ritrovato, in questa lettura, l'aderenza alle regole degli svizzeri,
l'abnegazione al lavoro dei bergamaschi, l'arrivismo prerogativa dei colletti
bianchi, la resistenza femminile ai giochi di potere e al malaffare, l'incanto
di Città Alta e della musica lirica. Lady d'acciaio, uomini probi, maschi
meschini vittime delle loro stesse debolezze, ma soprattutto soldi. Tanti
soldi. Quelli degli azionisti di una banca, quelli delle truffe colossali e dei
giri loschi della criminalità. Quelli dei risparmiatori che come formichine
accantonano per una vita o delle cicale che nei vizi scialacquano. E poi. Non è
facile fare una ricostruzione lunga e laboriosa di quest‘ultimo frenetico
secolo senza rischiare di perdersi. Ma la capacità narrativa è la sua libertà,
la volontà di donarci tanto la sua schiavitù.
Bravissimo Roberto Robert. Ci vedremo presto a Boltiere per raccontare un altro
dei suoi capolavori.
Come un cibo squisito che lentamente ti offre i suoi
aromi e sapori.
Come un panorama mozzafiato che scopri al termine di
una camminata.
Come un’opera d’arte che ti appassiona osservando ogni
minimo dettaglio.
Come una musica che ti avvolge sempre più coinvolgente.
Come un corpo che accarezzi lieve fino all’abbraccio
appassionato…
La bravura dell’autore consiste anche in questo:
svelare, una pagina dopo l’altra, i contenuti nascosti e preziosi del proprio
racconto, accompagnando i lettori nel viaggio che li porterà al finale della
storia.
Senza affanno, con i tempi giusti; seminando qua e là
indizi, passioni e sensazioni.
Occorre muoversi sul crinale esistente tra impellenze
narrative e il necessario respiro che deve avere ogni romanzo, al di là della
sua effettiva lunghezza.
Lo scrittore che riesce a non spezzare questo
delicatissimo equilibrio, offre ai propri lettori un grande regalo.
Come scrisse anche Anton Chekhov, ‘l’arte di scrivere
è l’arte di tagliare’.
Curioso che io riporti queste frasi, visto che i miei
ultimi due romanzi sono lunghi rispettivamente 570 e 480 pagine. E anche i
primi due non erano propriamente brevi, circa 300 pagine ciascuno.
Certo la bontà di un’opera letteraria non si misura a
peso: Giuseppe Ungaretti ha scritto poesie di due strofe che restano scolpite
nell’eternità, assai più delle migliaia di righe di un qualsiasi romanzo.
Comunque, confesso che tagliare è dolorosissimo. La
minuta successione di parole che a fatica sono state composte una dopo l’altra,
scritte e riscritte, corrette e ricorrette, a un certo punto giacciono in mezzo
alla pagina senza mostrare alcunché di pregevole sul piano letterario.
E allora il dito si appoggia sul tasto ‘canc’ e, dopo
un ultimo sospiro, distrugge una giornata di lavoro.
Fa male. Molto, davvero. Ma occorre procedere con
fermezza, senza ripensamenti: se non ‘acchiappa’, come si dice con un termine
scherzoso, non va bene.
Si tratta di un grande esercizio di umiltà, che va
praticato per tenere a bada il super-ego dello scrittore. Guai a chi cede alla
superbia, allo sterile autocompiacimento, alla scrittura fine a sé stessa. Meglio
arrivarci da soli, prima che te lo dicano i lettori.
Incontriamo Ludovica, scrittrice bergamasca esordiente (tra poche settimane uscirà la sua 'opera prima') per capire cosa l'ha spinta a dedicarsi alla narrativa.
Benvenuta Ludovica, parlaci di te.
Salve a tutti, cari lettori. Grazie mille per l’invito! Mi chiamo Ludovica De Cobelli, sono nata e cresciuta a Bergamo. Mi sono laureata in Scienze Internazionali e Istituzioni Europee all’Università degli Studi di Milano e ho fatto un Master di un anno in Cultural Heritage Studies alla UCL di Londra. Le mie passioni sono la storia e l’archeologia – come si noterà anche dal romanzo –, la salvaguardia degli animali e dell’ambiente e lo studio degli scenari politici globali.
Benvenuta Ludovica, parlaci di te.
Salve a tutti, cari lettori. Grazie mille per l’invito! Mi chiamo Ludovica De Cobelli, sono nata e cresciuta a Bergamo. Mi sono laureata in Scienze Internazionali e Istituzioni Europee all’Università degli Studi di Milano e ho fatto un Master di un anno in Cultural Heritage Studies alla UCL di Londra. Le mie passioni sono la storia e l’archeologia – come si noterà anche dal romanzo –, la salvaguardia degli animali e dell’ambiente e lo studio degli scenari politici globali.
Come ti sei avvicinata alla scrittura?
Fin da bambina sono sempre stata un’avida lettrice - e il primo passo per avvicinarsi alla scrittura è sempre la lettura. Ma proprio per questo mio amore e timore reverenziale verso i libri e i loro autori, non ho mia pensato seriamente di esserne all’altezza. Invece, tornata da Londra, non avendo subito trovato un lavoro nel mio ambito di ricerca, ho sentito la necessità di incanalare la mia energia creativa in un progetto che mi desse soddisfazione e che in poche parole mi rendesse felice.
Fin da bambina sono sempre stata un’avida lettrice - e il primo passo per avvicinarsi alla scrittura è sempre la lettura. Ma proprio per questo mio amore e timore reverenziale verso i libri e i loro autori, non ho mia pensato seriamente di esserne all’altezza. Invece, tornata da Londra, non avendo subito trovato un lavoro nel mio ambito di ricerca, ho sentito la necessità di incanalare la mia energia creativa in un progetto che mi desse soddisfazione e che in poche parole mi rendesse felice.
Da dove è nata l’ispirazione che ti ha
portato a trattare di questo tema?
Scrivendo la mia tesi di Master, mi sono resa conto che quasi nessuno affrontava il tema della tratta illegale di antichità e opere d’arte, nonostante il giro di soldi e le ingenti ripercussioni sulla sicurezza internazionali a cui questa può portare. Il finanziamento del terrorismo e della criminalità organizzata sono solo la punta dell’iceberg. Ho cercato di rendere comprensibile questo tema, calandolo in una realtà avvincente e inserendo personaggi a cui affezionarsi, che devono affrontare anche sfide personali oltre a quelle che vengono poste quotidianamente dal lavoro di agenti segreti che svolgono.
Scrivendo la mia tesi di Master, mi sono resa conto che quasi nessuno affrontava il tema della tratta illegale di antichità e opere d’arte, nonostante il giro di soldi e le ingenti ripercussioni sulla sicurezza internazionali a cui questa può portare. Il finanziamento del terrorismo e della criminalità organizzata sono solo la punta dell’iceberg. Ho cercato di rendere comprensibile questo tema, calandolo in una realtà avvincente e inserendo personaggi a cui affezionarsi, che devono affrontare anche sfide personali oltre a quelle che vengono poste quotidianamente dal lavoro di agenti segreti che svolgono.
"Quali
progetti per il futuro?
Spero
che questo sia il primo di una serie di romanzi di spionaggio. Nel frattempo,
sto cercando Dottorati di ricerca in giro per il mondo. Incrociate le dita per
me!"
Ringraziamo la nuova scrittrice, segnalando che il suo romanzo, edito da Silele edizioni, sarà in libreria nel prossimo mese di luglio.
Ringraziamo la nuova scrittrice, segnalando che il suo romanzo, edito da Silele edizioni, sarà in libreria nel prossimo mese di luglio.
La voce Particolare e Autentica
di Teresa Capezzuto arriva nel deserto con Gol alle porte del Sahara
Voglio farvi
conoscere e presentarvi una penna frizzante e molto originale, in grado di
muoversi con disinvoltura e pregio fra poesia e narrativa ottenendo menzioni e
premi: sto parlando dell’autrice bergamasca Teresa Capezzuto, insegnante e
giornalista.
Benvenuta Teresa,
facciamo una carrellata sulla tua produzione letteraria.
Innanzitutto,
grazie per l’ospitalità e ciao a tutti i lettori! Ho esordito nella poesia, con
le apprezzate e pluripremiate sillogi Autentica (2018) e Particolare
(2019), entrambe pubblicate dalla torinese Genesi Editrice. La poesia ci
stupisce e parla a tutti noi! Perché possiede un fascino intrinseco, una
bellezza da esaltare, una forza prorompente, musicalità e ritmo disarmanti. A maggio
2020 è uscito il mio primo libro di narrativa per ragazzi, Gol alle porte
del Sahara, pubblicato da Il Ciliegio Edizioni con le belle illustrazioni di
Albertina Neri.
Dalla
poesia, quindi, con due sillogi pluripremiate, alla narrativa per ragazzi fra
sport e avventura, realtà e immaginazione, con Gol alle porte del Sahara.
Com’è nata l’idea di questo libro e a chi si rivolge?
Dalle forti suggestioni vissute in prima persona
durante un mio viaggio proprio alle porte del Sahara in sella a un simpatico
dromedario. Tra deserto e oasi, tutt’attorno le dune dorate, incontrando la
gente del posto, assaporando un’atmosfera per certi aspetti anche fiabesca, ho
condito la realtà con un pizzico di fantasia, cosa che rende migliore il mondo,
scegliendo poi di far vivere ai personaggi una bella avventura sportiva e di
crescita. Si sa: lo sport vuole dire soprattutto inclusione, stare bene insieme
condividendo le regole del gioco, e in particolare il calcio che rappresenta il
fil rouge di una storia molto
indicata per bambini e bambine della scuola primaria, dai sei anni in su, che
può coinvolgere anche gli adulti.
Sfogliando
le pagine di questo racconto, ho notato che è molto interattivo. Un libro da leggere,
ma anche per giocare, creare, imparare …
Giusto, proprio così. Oltre alla storia, molto avventurosa e curiosa, il
libro contiene anche consigli sui fondamentali del gioco del calcio, da mettere
in pratica dove si vuole: in famiglia, a scuola, con gli amici. Arricchiscono
il testo giochi, proposte educative e didattiche, intercultura e tanta
creatività. I giovani lettori possono interagire con la storia da protagonisti
e l’interattività mantiene vivo l’interesse, offrendo molte opportunità per
imparare divertendosi.
Grazie Teresa, e per quanti desiderano tenersi
aggiornati sulle tue pubblicazioni, ecco il sito personale www.teresacapezzuto.it e il canale www.youtube.com/TeresaCapezzutoautrice
I linguaggi cambiano, le parole nascono, si evolvono, mutano
nel tempo, e alla fine muoiono come un qualsiasi essere vivente. I cambiamenti
oggi sono molto più rapidi che in passato, anche in campo narrativo: quello che
si coglie, è il progressivo processo di semplificazione del linguaggio. A volte
bistrattate, o sconosciute, o adoperate a sproposito, le parole perdono di
senso, incalzate dalla crescente necessità di non sprecare nemmeno un attimo
dell’unico elemento non replicabile al mondo: il tempo.
L’opera del narratore non può prescindere da questo cambiamento.
Perché sia però la più efficace possibile occorre seguire i consigli di chi,
sulle parole, ha giocato la propria intera vita. Giuseppe Pontiggia ci aiuta
ancora: “Seguire, anche in ogni pagina, in ogni frase, in ogni parola, la verità del linguaggio, penso che determini nel lettore un coinvolgimento che nasce dal proprio rispecchiamento
in ciò che dice lo scrittore.”
Quattro cadaveri, quattro morti
che scuotono la tranquilla placidità dell’autunno reggiano, e le relative
indagini affidate ad un istrionico Commissario di Polizia: Roberto Poli. Sono
questi gli elementi fondanti de “La sciarpa” (edito dalla casa editrice romana
“Europa Edizioni”), secondo romanzo giallo del 37enne povigliese Tommaso
Landini.
Incontriamo l'autore, un giovane e promettente giallista emiliano, per capire come è nato il suo libro.
“La storia narrata” ci conferma
Landini “si svolge interamente a Reggio Emilia e provincia, in un lasso di
tempo che va dalla fine di ottobre alla metà di novembre 2017. Quattro
settimane in cui, a intervalli regolari, ha colpito quattro volte quello che
ormai i media locali hanno definito come “Killer della sciarpa”: l’arma del
delitto, infatti, è in tutti i casi una sciarpa biancorossa, rinvenuta a lato
dei cadaveri, insieme alla curiosa scritta “Umberto Eco aveva ragione”.
Hai parlato di una sciarpa biancorossa. Come mai proprio quei colori?
“Sono i colori sociali della
Pallacanestro Reggiana, la mia squadra di basket del cuore. La passione per la
pallacanestro, ed in particolare per la squadra di Reggio Emilia, sembra essere
l’unico punto di contatto tra le vittime. Più in generale, la passione per il
basket sembra essere uno degli elementi fondanti de “La sciarpa”, tanto che
l’intero romanzo è scandito e suddiviso secondo i tempi di una partita di
pallacanestro: all’inizio di ogni sezione si può inoltre trovare una citazione
a carattere cestistico, non fine a se stessa ma funzionale a comprendere il
significato dei capitoli successivi.
Com’è nata l’idea di questo romanzo?
“Nell’autunno del 2017” ci spiega Landini “la
Pallacanestro Reggiana viveva una forte crisi di gioco e risultati. Come
appassionato e giornalista, seguivo sulle varie pagine Facebook i dibattiti tra
gli appassionati, che non di rado assumevano toni aggressivi e violenti. Da
questa situazione ho tratto spunto per ideare e scrivere la mia storia.”
Una storia in cui i social media assumono grande importanza. Qual è la
tua visione dei media? Perché hai scelto di farne un ingrediente fondamentale
del romanzo?
“Innanzitutto, perché ne sono un
appassionato fruitore, in particolare di Facebook e Instagram. In secondo
luogo, sono convinto che, per quanta fantasia ci sia in
un romanzo, esso debba inevitabilmente trarre spunto dalla realtà in cui
viviamo: e i social sono ormai una parte essenziale del nostro mondo,
soprattutto nel costruire la comunicazione e le dinamiche relazionali. Io credo
che questi mezzi non vadano demonizzati, in quanto hanno indubbie potenzialità
e qualità; ritengo però si debba fare un lungo e importante lavoro di
riflessione e sensibilizzazione sul loro corretto e rispettoso utilizzo. Troppo
spesso le discussioni social trascendono, nei contenuti e nei modi, e questo
non va bene”
Il personaggio fulcro di tutta la narrazione è il Commissario Roberto
Poli. Come nasce la sua figura? A quali modelli letterari o reali hai attinto?
“Anzitutto devo dire che, come
penso sia normale, nel Commissario ci sono alcuni tratti del suo autore, anche
se Roberto Poli non è al cento per cento Tommaso Landini, e viceversa. Dal
punto di vista letterario, ho cercato di fare un lavoro di differenziazione
dagli stereotipi: spesso, nella letteratura gialla, il protagonista, sembra
quasi un eroe infallibile, un deus ex
machina, che risolve i suoi casi dal nulla, come per miracolo. Ho voluto
invece che Roberto Poli si caratterizzasse come un uomo “normale”, una sorta di
“uno di noi”, con i suoi pregi, i suoi difetti, le sue abitudini, le sue
passioni e le sue stranezze. Se devo citarti dei riferimenti letterari, posso
dirti che nel Commissario Poli c’è qualcosa di Salvo Montalbano, e
dell’ispettore Soneri, il personaggio principale di Valerio Varesi”.
“La sciarpa” può essere
acquistato: in libreria; on line, sul sito della casa editrice Europa Edizioni,
oppure su altri siti come Amazon o Feltrinelli.
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