QUELLA VOLTA SUI COLLI REGGIANI: 
LA LOTTA ARMATA COMPIE 50 ANNI



La forza della storia più cupa, la suspense del romanzo: un libro di Roberto Robert ricorda come tutto cominciò esattamente mezzo secolo fa:
La data, lunedì 17 agosto 1970. Il luogo, Ristorante “da Gianni” a Costaferrata, frazione del piccolo comune di Casina, sull’Appennino reggiano. Di fronte al locale, a poche centinaia di metri, si staglia possente il castello di Matilde di Canossa.
Non è un pranzo tra amici, e nemmeno una festa di paese: è un convegno che dura fino al sabato successivo. Sono presenti una settantina di persone, quasi tutte molto giovani, provenienti da varie località italiane. Una gran parte è di Reggio e dintorni, altri arrivano da Milano, da Torino e da Genova; un paio i trentini.
Lo scopo dell’incontro viene illustrato da uno degli organizzatori: “Il movimento operaio che si sta sviluppando nelle grandi fabbriche manifesta un bisogno tutto politico di potere: la lotta contro l’organizzazione del lavoro, il cottimo, i ritmi, i ‘capi’. Per questo si muove al di fuori delle strutture tradizionali del movimento operaio, come sono il PCI e i sindacati. Il bisogno di potere lo porterà inevitabilmente a uno scontro violento con le istituzioni, anche con il PCI e il sindacato. È indispensabile quindi formare una avanguardia interna a questo movimento che possa rappresentare e costruire questa prospettiva di potere. Ma questa avanguardia deve sapere unire la ‘politica’ con la ‘guerra’ perché lo Stato moderno, per affermare il suo potere, usa contemporaneamente la ‘politica’ e la ‘guerra’”.
In sala regna il silenzio: quando parla Renato Curcio, tutti ascoltano senza aprire bocca.
Negli stessi giorni a Borgo di Serio, irreale paesino della Val Seriana, giunge un misterioso personaggio. Si tratta di Carlo Salsi (ma si chiamerà davvero così?), ragazzo di ventidue anni che, in incognito, è arrivato da Reggio Emilia per contribuire alla creazione dell’immaginaria formazione terroristica ‘Bandiera rossa’.
In paese vive Mafalda Testa, ragazzina di undici anni che trascorre beatamente l’estate che separa la fine delle scuole elementari dall’iscrizione alla prima media.
I due personaggi, nello svilupparsi della narrazione, s’incontrano per puro caso. Da quel momento, però, le loro vite s’intrecciano in modo drammatico fino all’ultimo giorno d’estate, quando il rosso del tramonto, il rosso dell’ideologia e il rosso del sangue si confonderanno in un unico, simbolico sfondo.
In questi giorni ricorrono cinquanta anni dalla scelta, compiuta da diversi appartenenti ad alcune formazioni politiche di estrema sinistra in quel convegno di Costaferrata, di passare alla lotta armata contro lo Stato e le istituzioni. Pochi mesi prima era accaduta la strage di Piazza Fontana a Milano, dieci anni dopo vi sarà la bomba alla stazione di Bologna. Due lustri terribili, che vengono universalmente ricordati come ‘anni di piombo’; terroristi rossi, neri e anarchici che hanno causato, secondo le cronache, circa un migliaio di morti, compresi molti di loro stessi.
ROSSA È LA SERA DELL’AVVENIRE, presentato nel 2011 e riproposto da poche settimane in una nuova versione, ripercorre quegli anni che non possono e non devono essere dimenticati. La prefazione di Graziano Delrio, oggi politico nazionale ma per due mandati sindaco di Reggio Emilia, impreziosisce il romanzo mostrando i motivi che hanno portato la generazione nata dopo la Resistenza, figlia ideologica ancor prima che anagrafica dei partigiani, a gettare le proprie vite in un progetto rivoluzionario privo di alcuna prospettiva.
Roberto Robert, ROSSA È LA SERA DELL’AVVENIRE, Silele editore, Pagg. 350, Euro 15,00

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